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FRANCESCO ROVIELLO

Le opere di Francesco Roviello (nato a Casagiove, in provincia di Caserta nel 1956) sembrano allinearsi lungo una strada che procede, a rovescio, dal nostro tempo verso un passato remotissimo, ma ancora a noi familiare. Le stele, i cippi, i volti, i corpi di personaggi arcaici – sia modellati che dipinti – fanno parte d’una memoria che pare provenire dai più remoti anfratti dell’Italia antica, in specie da quella che Salvatore M. Puglisi battezzò, oltre cinquant’anni fa, La civiltà appenninica (1959), mostrando un sentimento della forma intimamente e permanentemente dedito a rimeditare i primordi espressivi dello spirito umano.

La categoria del “primitivo” nell’arte contemporanea, infatti, ha sempre un carattere doppio, ossia collega la consapevolezza della catastrofe dei linguaggi estetici compiutasi nella estrema modernità al bisogno di ricominciare l’avventura della forma su basi metastoriche, al limite di un indicibile mistero. Scriveva Massimo Bontempelli quasi un secolo fa (e le sue parole ben si attagliano a questa mostra): «Avendo esaurita e chiusa l’epoca romantica, ritrovato in sé l’istinto della semplicità e del naturale, il nuovo secolo chiede ai suoi poeti una sola qualità: quella di essere candidi, di saper meravigliarsi, di sentire che l’universo, e tutta la vita, sono un continuo inesauribile miracolo».

 

 

 

 

 

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